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from Storia minuta

Il partigiano “Rensu u Longu”

La mia storia nella Resistenza è legata a filo doppio con Renzo Rossi. Nell’agosto del 1944 mi aggregai al gruppo partigiano di Girò (n.d.r.: Pietro Gerolamo Marcenaro di Vallecrosia (IM), detto anche Gireu), che operava nella zona di Negi (n.d.r.: molto più vicina a Seborga, é Frazione di Perinaldo). Dove godevamo anche dell’appoggio di Umberto Sequi a Vallebona e di Giuseppe Bisso a Seborga; tutti e due membri del CLN di Bordighera. Negi era il punto di contatto tra le varie formazioni partigiane che operavano nella zona, tra queste, quelle sotto il comando di Cekoff (n.d.r.:Mario Alborno di Bordighera) e di Gino (n.d.r.: Luigi Napolitano di Sanremo, poi, dal dicembre di quell'anno vice comandante della V^ Brigata d'Assalto Partigiana Garibaldi “Luigi Nuvoloni”). Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona. A settembre 1944 insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò (n.d.r.: Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel momento comandante della V^ Brigata , da dicembre comandante della II^ Divisione Garibaldi “Felice Cascione”). Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vittò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il SIM (Servizio Informazioni Militare) e la SAP : io fui nominato suo agente e collaboratore. In novembre mi aggregai al battaglione di Gino Napolitano a Vignai, ma dopo alcune operazioni di collegamento tra Vallebona e il comando di Vignai, il comando mi richiamò ad operare nel Gruppo Sbarchi di Vallecrosia. Nell’estate 1944 i servizi segreti americani avevano inviato sulla costa una rete di informatori, capeggiati da Gino Punzi. Dovendo tornare in Francia, per attraversare le linee Gino Punzi si avvalse della collaborazione di un passeur, dal quale, poiché era passato al soldo dei tedeschi, durante il viaggio venne ucciso. Il comandante tedesco si infuriò perché avrebbe voluto catturare vivo il Gino. Sul suo cadavere furono rinvenuti dei documenti, dai quali i tedeschi vennero a conoscenza del fatto che sarebbero stati inviati altri agenti e telegrafisti alleati. I tedeschi predisposero una trappola e quando arrivò il telegrafista “Eros” lo catturarono ferendolo. Si avvalsero di lui per trasmettere falsi messaggi al comando alleato di Nizza. Con questi falsi messaggi fu richiesto l’invio di un’altra missione: la missione “Leo”. La missione andò a rotoli con il ferimento di “Leo”, che venne nascosto nella cantina di casa mia. I tedeschi rastrellarono tutta la zona cercando “Leo”; “visitarono” anche la mia casa: sulla porta rimasero le impronte dei chiodi degli scarponi di quando sfondarono l’ingresso a calci. Ma non cercarono in cantina, si limitarono ad arraffare del cibo dalla cucina. Con Renzo Rossi nascondemmo tutti i documenti del SIM e del CNL nel mio giardino, preparandoci al trasferimento di “Leo” in Francia. Il Gruppo Sbarchi Vallecrosia aveva frattanto predisposto una barca. Renzo Rossi con Lotti avevano preavvisato i bersaglieri della necessità di effettuare l’imbarco quanto prima possibile. La collaborazione dei bersaglieri fu determinante per tutte le operazioni del Gruppo Sbarchi. Il sergente Bertelli comandava un gruppo di bersaglieri a Collasgarba – sopra Nervia di Ventimiglia – e aveva manifestato la volontà di aderire alla Resistenza. Fu avvicinato dai fratelli Biancheri, detti Lilò, per stabilire le modalità della diserzione, quando il plotone fu distaccato alla difesa costiera giusto sulla costa di Vallecrosia in prossimità del bunker alla foce del Verbone. I Lilò convinsero allora i bersaglieri a non disertare, ma ad operare dall’interno per consentire ed agevolare le nostre operazioni. Alla data convenuta, in pieno giorno trasferimmo “Leo” a Vallecrosia, facendolo sedere sulla canna della bicicletta di Renzo. In pieno giorno, perché approfittammo di un furioso bombardamento. Le strade erano deserte, solo granate che esplodevano da tutte le parti. Ricoverammo “Leo” in casa di Achille (n.d.r.: Achille Lamberti di Vallecrosia, “Andrea”), aspettando la notte. Al momento opportuno ci trasferimmo sul lungomare; il soldato tedesco di guardia, come al solito, era stato addormentato da Achille con del sonnifero fornito dal dr. Marchesi (del CLN di Bordighera e con varie responsabilità in seno alla Resistenza), laureato in chimica. I bersaglieri ci aiutarono a mettere in acqua la barca e a caricare “Leo” ferito. Cominciammo a remare, ma, dopo poche centinaia di metri, la barca cominciò ad imbarcare acqua. Non potevamo tornare indietro. Mentre io e “Rosina” (Luciano Mannini) remavamo, “Leo” e Renzo si misero di buona lena a gottare, con una sassola che, per puro caso, avevamo portato con noi. Riuscimmo a tenere il mare e ad arrivare al porto di Monaco. Con la pila facemmo i soliti segnali, ma non ricevemmo alcuna risposta; entrammo nel porto e accostammo alla banchina. Chiamammo una ronda di passaggio, che ci portò al comando di polizia, dove chiedemmo di informare Milou, l’agente di collegamento. Arrivarono gli inglesi e “Leo” fu finalmente ricoverato al Pasteur di Nizza. Anche io e “Rosina” ci facemmo medicare il palmo delle mani piagate dal remare. Il nostro ritorno fu programmato subito con il motoscafo di Giulio “Corsaro” Pedretti e di Cesar, con il quale si dovevano recuperare anche alcuni prigionieri alleati; ma il motoscafo in mare aperto andò in panne e non ne volle sapere di riavviarsi. Eravamo in balia delle onde: Renzo Rossi, Pedretti e Cesar sotto un telo, al chiarore di una lampada, rabberciarono alla meglio il motore. Quasi albeggiava e la missione fu annullata perché ormai troppo tardi. Sulla spiaggia di Vallecrosia il Gruppo Sbarchi attese invano con i 5 piloti. I piloti vennero trasferiti in Francia nei giorni successivi da Girò e Achille. Io, Renzo Rossi, Achille Lamberti e Girò ritornammo in un'altra occasione dalla Francia con un carico di armi. Per sbarcare dovemmo attendere il segnale dalla riva, ma, come altre volte, non arrivò alcun segnale. Sbarcammo proprio davanti alla postazione dei bersaglieri, vicino al bunker. Pochi giorni dopo, senza Achille, che rimase a dirigere il Gruppo a Vallecrosia, effettuai con Girò un’altra traversata, accompagnando “Plancia” (n.d.r.: Renato Dorgia) a prendere armi e materiale. Il ritorno lo effettuammo con la scorta di una vedetta francese, che accompagnò il motoscafo di Pedretti. Vi furono momenti di apprensione perché da bordo della vedetta si udì distintamente il rombo del motore di un motoscafo tedesco; i nemici non si accorsero della nostra presenza e passarono oltre. Trasbordammo sul motoscafo e sul canotto gli uomini e il materiale delle missioni “Bartali” e “Serpente”, composte da agenti addestrati al sabotaggio. Nelle operazioni di trasbordo alcuni caddero in mare e recuperarli nel buio non fu cosa facile, dovendosi osservare il silenzio assoluto. Attendemmo i segnali convenuti da riva. Anche quella volta nessun segnale. Gli ordini erano di annullare tutto, ma Girò accompagnò ugualmente a terra tutta la missione, mentre io tornai a bordo della vedetta, e nel buio pesto riuscì ad individuare il tratto di spiaggia dinanzi a casa sua. Le difese di quel tratto di costa erano così composte: un bunker alla foce del torrente Borghetto, uno nei pressi della foce del Verbone, un altro quasi alla foce del Nervia. Tra il bunker del Borghetto e quello del Verbone, era tutto un campo di mine, eccetto, giusto alla metà tra i due bunker, un passaggio largo meno di un metro, dalla battigia fino al rio Rattaconigli. Sbarcarono a Rattaconigli e superarono il campo minato attraverso quel sentiero. Quella sera dal bunker di Vallecrosia fino alla foce del Nervia era tutto un pullulare di tedeschi e fascisti. Ci aspettavano. La fortuna fu dalla nostra.

Renzo Biancheri, “Rensu u Longu”, in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) > di Giuseppe Mac Fiorucci

 
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from katrocitus

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from 1984

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from Storia minuta

Virgilio Mago e poeta

Storia e leggenda avvolgono la vita di Publio Virgilio Marone a Napoli, il poeta latino che tra sacro e profano fu amato come Virgilio Mago dal popolo e dai notabili, da Posillipo fino al centro della città partenopea. Al Medioevo si fa risalire la credenza popolare di Virgilio stregone buono, più comunemente ritenuto uomo saggio, in grado di proteggere e aiutare la città con talismani, sortilegi e incantesimi avendo ereditato poteri dagli dei, per cui si pensa che nel XII secolo a Napoli fossero ancora vive credenze pagane. Egli frequentò a Napoli la scuola di Sirone, aderì poi al neopitagorismo, studiò quindi la natura e si avvicinò al culto di Cerere e Proserpina. Pare che poi fosse riuscito ad appropriarsi di un libro di negromanzia dalla tomba del filosofo Chironte , in una città sotterranea all’interno del monte Barbaro situata tra Baia e il lago d’Averno, addentrandosi nei misteri di vita e morte, riuscendo ad apprendere le scienze occulte, i rituali magici per effettuare guarigioni ed esorcizzare gli spiriti malvagi, difendere la città e provvedere ai suoi bisogni . Addirittura fece i primi esperimenti di magia a Roma per cui fu imprigionato per ordine dell’imperatore Augusto, ma con i compagni di ventura magicamente volò via su una barca che aveva disegnato sul muro esterno della prigione, giungendo in Puglia e proseguendo poi per Napoli. Da allora divenne un personaggio leggendario, caro all’ immaginario popolare che lo rese quasi immortale perché di fatto il ritrovamento o la traslazione dei suoi resti sono ancora incerti.

La storia di Virgilio Mago per certi aspetti s’ incrocia con il mito della sirena Parthenope, entrambi protagonisti delle “Leggende napoletane” di Matilde Serao. Napoli, o meglio, l’antica Neapolis fu voluta da Parthenope e nacque proprio dal suo amore per Cimone. Il corpo esanime della sirena si arenò a Megaride, una piccola isola a sé fino al IX sec. a. C. che poi fu collegata alla terraferma e divenne sede del Castel dell’ Ovo durante la dominazione normanna del XII secolo. Nei sotterranei del castello ci sono i ruderi della sfarzosa villa del patrizio romano Lucullo (Castrum Lucullarum) , ove soggiornò Virgilio dal 45 al 29 a.C. che in quella quieta bellezza trovò l’ispirazione per scrivere le Bucoliche e quattro libri delle Georgiche e sperimentare le sue arti magiche. “Dopo la poesia di Parthenope, semidia, creatrice, sorge la poesia di Virgilio, creatore, semidio. Noi conosciamo Virgilio, il grande maestro di Dante, ma conosciamo poco di Virgilio Mago….Noi siamo ingrati verso colui che esclama: Illo Virgilium me tempore dulcis alebat Parthenope…Egli era giovane, bello, alto della persona, eretto nel busto, ma camminava con la testa curva e mormorando certe sue frasi, in un linguaggio strano che niuno poteva comprendere. Egli abitava sulla sponda del mare dove s’incurva il colle di Posillipo, ma errava ogni giorno nelle campagne che menano a Baia ed a Cuma ; egli errava per le colline che circondano Parthenope, fissando, nella notte, le lucide stelle e parlando loro il suo singolare linguaggio; egli errava sulle sponde del mare, per la via Platamonia, tendendo l’orecchio all’armonia delle onde, quasi che elle dicessero a lui solo parole misteriose. Onde fu detto Mago e molti furono i miracoli della sua magia”.

Probabilmente egli entrò in contatto con gli eremiti e i monaci alchimisti, che vivevano a Megaride, e tra scienza e leggenda a lui si riconduce la storia medioevale dell’uovo che, deposto in una caraffa di vetro racchiusa a sua volta in una gabbietta, fu murato nelle fondamenta del castello che appunto prese il nome di “ castello dell’ Ovo” e dal quale dipendevano le sorti dell’isola e dell’intera città, che sarebbero andate in rovina se si fosse rotto. L’uovo era un simbolo noto agli alchimisti, ai filosofi, e soprattutto agli studiosi di esoterismo in quanto comprensivo di due forme perfette cioè del triangolo che rappresenta il divino e la vita, e del cerchio che la protegge. L’uovo cosmico crea, dà origine alla vita e non a caso ricorre anche nel mito di Parthenope e nella nascita di Pulcinella. Quando nel 1370 una violenta tormenta inondò le prigioni del castello ove era rinchiuso il condottiero Ambrogio Visconti che in quell’ occasione pensò di evadere rompendo la caraffa dell’uovo durante la sua precipitosa fuga nei sotterranei, franò proprio l’ala del castello ove era nascosto l’uovo e i generali timori dei napoletani si placarono solo quando la regina Giovanna ne fece ricollocare un altro onde evitare nuove sciagure alla città. Tanti altri furono i prodigi e le magie di Virgilio: la mosca d’oro , cui insufflò la vita per distruggere quelle che invasero la città, la guarigione dei cavalli di Augusto da un morbo sconosciuto, la scoperta di un’acqua miracolosa, la pietra magica che rese pescoso il mare di Napoli, la sanguisuga d’oro per bonificare i pozzi malsani, il cambio di direzione di un vento troppo caldo, l’invenzione di un alfabeto magico, la coltivazione di un giardino di piante medicinali ai piedi di Montevergine e sulla collina di Posillipo, l’uccisione del serpente che aveva divorato tanti bambini del Pendino, la costruzione dei bagni termali a Baia e della lunga galleria della Crypta Neapolitana, opera di leggendari demoni notturni che collegava Neapolis con i porti flegrei e divenne sede di rituali orgiastici.

Virgilio morì a Brindisi il 19 a. C e da sempre si crede che le sue spoglie siano nel colombario di età romana del parco Vergiliano, vicino alla Crypta neapolitana. Forse più probabilmente l’imperatore Augusto, protettore del poeta, gli fece erigere un monumento presso la villa di Vedio Pollione che poi fu distrutto dal mare. Per altre fonti i resti del poeta andarono persi nel Medioevo, secondo altre il re Roberto d’Angiò nel 1326 li fece traslare o murare nel castel dell’Ovo. Per il grammatico Elio Donato la tomba si trovava lungo la via Puteolana, che portava a Pozzuoli, a due miglia dalla città, per lo storico Julius Beloch invece sarebbe nel tempio dedicato al poeta nel boschetto della villa nella Riviera di Chiaia, per altri ancora le due miglia porterebbero verso il Vesuvio, esattamente a san Giovanni a Teduccio. Il culto di Virgilio nel mausoleo del Parco Vergiliano nell’area archeologica di Piedigrotta risale al Trecento. Visitata da personaggi illustri, letterati e potenti signori di ogni epoca storica, citata da Alessandro Dumas , che nel 1835 era a Napoli e dal suo albergo vedeva il sepolcro, e dal marchese De Sade che la visitò nel 1776, di fronte all’entrata pare ci fosse una lapide, posta dai padri lateranensi della vicina badia di Santa Maria di Piedi grotta nel 1554, con l’iscrizione che fuga ogni perplessità : “QUAE CINERIS TUMULO HOC VESTIGIA CONDITUR. OLIM ILLE HOC QUI.CECINIT PASCUA RURA DUCES… (Quali ceneri? Queste sono le vestigia del tumulo. Fu sepolto qui colui che cantò i pascoli, i campi, i condottieri”) e ne seguì un’altra “Che importa che il tumulo è crollato, che l’urna è rotta? Il nome stesso del poeta basterà a fare celebrare il luogo”. All’ interno del tempietto una stele di marmo posta da Eischoff, il bibliotecario della regina di Francia, recita l’epitaffio che Virgilio scrisse prima di morire perché fosse inciso sulla sua tomba:

“MANTUA ME GENUIT, CALABRI RAPUERE, TENET NUNC PARTHENOPE: CECINI PASCUA RURA DUCES (Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, ora mi tiene Napoli: cantai i pascoli, le campagne gli eroi).

In effetti questo antico colombario romano è per tutti la tomba del poeta Virgilio, anche se si dubita della presenza delle sue ceneri; dubbio mai realmente accertato né fugato. Il mausoleo fu visitato dai grandi della letteratura quali Dante, Petrarca, Boccaccio e infine da Leopardi, ignaro che avrebbe riposato vicino a Virgilio.

Dapprima affascinato dalla bellezza mozzafiato dei luoghi e del mare, Leopardi divenne insofferente di quella città che suscitava contrastanti emozioni con le sue innumerevoli contraddizioni, da amare nella sua vitalità, da odiare nelle sue insidie e nell’ invadente e fastidiosa confusione. Nel 1934 fu eretto un imponente monumento al poeta di Recanati proprio nel parco di Piedigrotta, vicino alla galleria di Fuorigrotta e alla stazione di Mergellina, in un angolo nascosto e immerso nel verde che rivedo ancora in un’atmosfera quasi surreale di una calda e silenziosa mattina di agosto provando nuovamente una sorta di muto timore, rispetto reverenziale per quei due grandi della poesia, commossa soggezione di fronte ai loro mausolei e nel ricordo di alcuni versi, patrimonio universale e immortale. Che importa che il tumulo è crollato, che l’urna è rotta?

“Non vi è che un solo Virgilio: quello che la favolosa cronaca delinea nelle ombre della magia, è proprio il poeta. Invero egli non ha avuto che una magia sola: la grandiosa poesia del suo spirito. Nella cronaca è il poeta….È il poeta che cerca ed interroga ogni angolo oscuro della natura, è lui che parla alle stelle tremolanti di raggi nelle notti estive, è lui che ascolta il ritmo del mare, quasi fosse il metro per cui il suo verso scandisce… Virgilio mago è Virgilio poeta. E nulla si sa della sua morte. Come Parthenope, la donna, egli scompare. Il poeta non muore.” Del resto anche “ Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.” (da “Leggende napoletane” di Matilde Serao)

Una città dall’ apparenza ora oziosa e solenne, ora sfacciata e volgare, da scoprire con diverse e contrastanti letture delle sue storie appassionate, vere e mitiche, dolci e tormentate, ironiche e drammatiche, vissute e interpretate, custodite nella memoria di altre generazioni, dimenticate da quelle più recenti. Storie sull’ origine e sulla fine, esorcizzate dalle credenze popolari, da una devozione superstiziosa, da rituali tramandati pigramente, come alibi poco convincenti ai quali poi si finisce col credere quasi per inerzia. Storie troppo straordinarie per essere credibili, unicamente napoletane.

di skikblog.it (http://www.skipblog.it/)

 
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from Adriano Maini

Petardi da nebbia

Da bambino, se ricordo bene, la nebbia l'ho vista solo a Milano o in viaggio in treno per Milano. Come in occasione della prima partita di calcio di Serie A che ho visto, nel 1959 (o ai primi del 1960), Inter-Sampdoria: c'è una fotografia che mi ritrae davanti al vecchio stadio di San Siro, ma in quel momento della giornata il fenomeno era alquanto mitigato.

Erano gli anni in cui mio padre, ferroviere, raccontava come si usassero nel suo lavoro i petardi da nebbia. Dislocati a debita distanza sui binari, con i loro scoppi, molto fragorosi, servivano a segnalare ad un treno che eventualmente fosse sopraggiunto che, non visibile o non ben visibile, causa, appunto, nebbia, ce n'era già uno fermo, per un segnale o, peggio, per avaria, sullo stesso binario o, credo, per sicurezza,anche su quello parallelo. Ricordo come erano fatti quegli ordigni, che talvolta mio padre, quando rientrava dal servizio senza avere lasciato in deposito al suo reparto in stazione a Ventimiglia (IM) il borsone regolamentare, ci faceva ammirare: scatolette di alluminio decisamente più grosse di quelle oggi correnti per contenere prodotti alimentari, per noi bambini affascinanti, al pari dei racconti di papà, relativi ai casi in cui aveva dovuto usarli o di cui avesse avuto notizia da parte di colleghi. Alla notizia di un tragico incidente ferroviario di qualche anno fa, dovuto alla nebbia, mi sono chiesto se in ferrovia avevano smesso di usare i petardi.

Ho visto da giovanotto e da adulto altre volte ed anche in altre località la nebbia. Forse anche qui in Riviera, a meno che non si trattasse di fenomeni dal nome diverso, comunque, raro per queste nostre zone. Altri spunti per altri racconti...

 
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from Adriano Maini

Un sindaco di tanto tempo fa

Ho scritto più volte altrove di Emilio Croesi, nato nel 1912, sindaco comunista di Perinaldo (IM) dal 1946 al 1986, anno della sua morte. In effetti, farlo mi consente più che in altri casi di incrociare aspetti dell'evoluzione del costume sociale e vicende di altre persone che ho conosciuto o che conosco tuttora. Ho sottolineato in altro blog che solo pochi anni fa avevo saputo della produzione da parte di Croesi di un ottimo Rossese, pregiato vino locale, apprezzato da Veronelli e da Soldati. Una coltivazione ed una vinificazione riprese adesso, a quanto pare con buoni esiti, da una nuova imprenditrice. Non so se la bottiglia, regalo di un nipote di Emilio, che da più di due anni devo andare a prendere qui a Bordighera (IM) da S. O., che, anch'egli beneficato di tale presente, mi ha fatto da tramite, sia un derivato delle ultime esperienze o risalga ai lontani tempi dello zio del donatore: difficile che il contenuto sia ancora bevibile, ma, anche per un astemio come me, sarebbe un bel trofeo da vetrinetta. Io avevo sempre pensato che Emilio fosse solo un floricoltore, come tanti uomini del suo paese, con un po' di attenzione agli ulivi ed all'ottimo olio che se ricava. Per non aggiungere dei saporiti conigli che allevava, nutriti a sane erbe di macchia mediterranea di alta collina. Sapevo che in gioventù Croesi si era speso in corse in bicicletta, specie in Costa Azzurra. Alberto G. mi ha voluto rimarcare che al funerale di Emilio una persona, parlando in dialetto, ne riportava la disavventura occorsagli ad una vecchia Milano-Sanremo, quando sul Capo Berta, quello tra Diano Marina ed Imperia, si ruppe la catena della sua bicicletta mentre era in una fuga che avrebbe anche potuto essere vittoriosa. Ma di tante cose che si possono dire di Croesi viene più facile, discorrendo con amici, riferire la passione che metteva nel seguire, più anziano, altri sport da spettatore, come il pallone elastico, il balun, che a Perinaldo a livello amatoriale, sempre come riporta Alberto G., che talvolta ne fu protagonista in loco, trovava ancora alla svolta degli anni 1970, come in altri borghi della provincia di Imperia, tanti e tanti entusiasti estimatori. Ci si soffermava, dunque, l'altro giorno su di un episodio, concernente Giuseppe M. e testimoniato dal medesimo. Accaduto, presumo, agli '80 appena iniziati. Giuseppe M. diede vita già agli inizi della salita finale, non visibile dal paese, in una corsa o della categoria veterani o della categoria gentlemen con arrivo a Perinaldo, a violenti strappi del gruppo. Non riuscì a vincere, ma venne premiato con atto autonomo da Croesi per la sua combattività. Incuriosito, ho chiesto a Giuseppe M. come avesse fatto il sindaco ad essere informato delle sue gesta. La semplice risposta è stata che aveva seguito l'epilogo di quel cimento facendosi portare in motocicletta, dimostrando, dunque, anche ormai anziano, una grande passione per quella disciplina. Ho raccontato questo avvenimento a Franco I., non accorgendomi che era presente anche Giuseppe M., il quale non mi ha smentito in nessun particolare. Franco I., per associazione di idee, si è ricordato con emozione di quando un gruppo di compagni, compreso lui, di Ventimiglia (IM) era uso a salire a Perinaldo per festeggiare in trattoria il Primo Maggio: si ritrovavano con uomini del posto con a capotavola Croesi, che dominava, allora, la scena. Me la immagino quella brigata, io che ho conosciuto Emilio dopo, anche se non rammento Feste del Primo Maggio passate là da me in Perinaldo. Nessuno, neanche Pierino S., che dimostra verso Croesi una vera venerazione ed il cui matrimonio era stato celebrato per l'appunto a suo tempo da Emilio, mi smentisce quando in conversari vari mi azzardo a sostenere, cercando di assumere un tono scherzoso, che quel sindaco è stato più tosto del celebre Peppone dei romanzi e dei film tratti dagli scritti di Guareschi. E che non aveva mai trovato sulla sua strada un vero Don Camillo. Di aneddoti in tal senso ce ne sarebbero tanti, anche troppi, da riportare. Ci si è soffermato in certi suoi scritti anche Arturo Viale, mercé le informazioni ricevute da un suo amico anarchico, abitante da pensionato a Perinaldo, un anarchico che il sindaco non riuscì mai a “catechizzare”. Ho dimenticato dettagli singolari appresi da poco da Franco B. circa l'entusiasmo che Croesi dava e riceveva dai giovani, che sempre negli anni '70 e '80 organizzavano sagre ed altre iniziative della Pro Loco. Croesi è stato, inoltre, un cultore delle testimonianze concernenti la storia recente del paese, dalla costruzione della strada carrozzabile al commercio – agli inizi del 1900 – del legname di quei boschi, che aveva come destinazione finale l'imbarco da un pontile ormai scomparso di Vallecrosia: massime per documenti e fotografie conservati dal padre, mediatore in una di quelle imprese. Ancora. Un lontano cugino di Emilio pochi mesi fa inopitamente mi raccontava di altri personaggi famosi che incontrava a cena in casa del suo parente. Le memorie in merito per me più intriganti sono forse quelle degli abitanti di Perinaldo emigrati in Francia, soprattutto in Costa Azzurra, che in lontani mesi di agosto affollavano le Feste dell'Unità sotto quei platani, che per fortuna ci sono ancora. Donne e uomini che tornavano per votare alle elezioni, in particolare alle comunali – così mi si diceva – per sostenere in modo massiccio Emilio Croesi.

 
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from Adriano Maini

Bevera

Qualche anno fa, una volta letto l’articolo molto bello, che riporto qui di seguito, non avevo resistito, visto che sono di quella zona, alla tentazione di dire, su un mio blog che a quel tempo non era solo di fotografie come adesso, la mia. Ed oggi mi appresto a riprodurre sia quei bei pensieri che le mie considerazioni di allora. Ancora un aspetto: la località qui richiamata é, con certi suoi dintorni, Bevera, frazione di Ventimiglia (IM), nell’estremo ponente di Liguria.

Era così, mezzo secolo fa, la campagna intorno a casa, con la linea ferroviaria dismessa, che prima della guerra collegava la riviera con la Val Roja e Cuneo, dove ho vissuto i primi anni della mia infanzia. Era il nostro territorio di gioco, quando non esistevano la televisione, i videogiochi, i monopattini e avevamo a disposizione quei lunghi pomeriggi estivi, assolati cieli alti e striduli dal frinire assordante delle cicale che vegliavano su di noi appollaiate sui rami dei ciliegi. Oltre alle cicale non si sentiva altro, forse ogni tanto il latrato di un cane. Né aerei, né automobili, né motopompe, né motozappe. Il lavoro in campagna si svolgeva a mano e in silenzio. La terra si arava e dissodava col magaglio, l’erba falciata con la “serra” a schiena curva, lavoro da donne, il verderame alle viti veniva irrorato con una pompa di stagno, fissata sulle spalle e azionata dalla mano dell’uomo. Anche la gente allora era più silenziosa. Poche chiacchiere e a bassa voce. Strano come nella mia infanzia non abbia mai udito urlare nessuno. Anche i gesti erano misurati, dalla stanchezza che non concedeva sprechi. Per noi bambini c’era la terra, l’acqua, il cielo, le piante, gli animali selvatici, gli odori e la ferrovia abbandonata, col cancello che chiudeva il passaggio a livello ancora cigolante sui cardini che spingevano con tutta la forza delle nostre braccia per poi saltarci sopra appena presa la rincorsa. Gli odori. Lungo la massicciata cresceva rigogliosa una pianta infestante dal fusto poco più grande di un pollice con le foglie lanceolate, non ricordo il suo nome, ma l’ho sempre visto prosperare sui bordi delle ferrovie. Ne spezzavamo i rami più teneri per costruirci la capanna, il nostro rifugio segreto, imbrattandoci le mani del lattice bianco e appiccicoso che sgorgava dalle ferite della pianta e ci impregnava di un odore forte e nauseante che non ho mai dimenticato. Oggi la ferrovia è stata ripristinata, ma la casa e la campagna non ci sono più. Una ligure

Mi ha colpito il testo in questione, perché nel luogo descritto passavo talora anch’io all’epoca: tutto corrisponde! Aggiungo il fascino per me bambino dei segnali ferroviari (antiquati) abbandonati, le spiegazioni di mio padre su alberi (“L’acacia é pericolosa! Tua bisnonna per la puntura di una spina d’acacia nel piede ha dovuto subire l’amputazione dell’arto!”) e su piante, le discese al fiume per bere in foglie verdi e fresche l’acqua sgorgante da polle litoranee. Qualche anno più tardi si andava da quelle parti a tirare quattro calci al pallone: la zona era ancora perfettamente fascinosa e si andava e tornava rasente il corso del Roia per sentirci in piena natura.

Il bel racconto allegato mi restituisce intatta la meraviglia che quei siti in me suscitavano ancor prima della gentile autrice. Solo non ricordo come facesse mio padre a portare sulla canna di una bicicletta da bersagliere me e mio fratello (sì che eravamo piccolini!) sino a bere dalle allora pulitissime acque del Roia, quelle che sgorgavano, come già accennato, tra le erbe profumate di una riva!

 
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from mae

Résolue à m’éduquer toujours, j’ai été heureuse de découvrir dans le podcast Les Couilles sur la table le philosophe Paul B. Preciado.

Je rassemble donc ici quelques ressources pour se familiariser avec sa pensée. Pour moi, pour vous, pour toustes.

Écouter

Les épisodes du podcast mentionné ci-dessus : * https://open.spotify.com/episode/2G4TrshdYBWA9GDuUbYiOB * https://open.spotify.com/episode/54S93AoOlFFdKr9aE15jQQ

Une ou deux semaines après la sortie du second épisode, il fait un passage sur France Culture pour parler de son rapport à la philosophie dans Les Chemins de la Philosophie.

https://www.franceculture.fr/emissions/les-chemins-de-la-philosophie/profession-philosophe-3237-paul-b-preciado-trans-philosophe

Lire

Il opère notamment chez Libération, à travers des chroniques qui paraissent à peu près toutes les deux semaines. Un recueil de celles-ci a été publié sous le titre Un appartement sur Uranus. On peut aussi apprendre à le connaître par cet article des Inrocks paru l’an dernier.

Ses autres ouvrages :

Pornotopie : Playboy et l’invention de la sexualité multimédia Testo junkie : sexe, drogue et biopolitique Manifeste contra-sexuel

Plus de choses à venir une fois que j’aurai entamé mon parcours dans son œuvre !

 
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from mae

Les comédies romantiques ça pue. Entre les parfums des belles grandes blondes maladroites, les fleurs qu’on n’arrête pas de s’offrir, et l’odeur du gâteau du mariage, on n’en finit pas. C’est un peu ce que dit Natalie (Rebel Wilson), dans Isn’t it Romantic, un film de Todd Strauss-Schulson, produite par Netflix, que j'ai regardé dans un moment de faiblesse.

Tout commence comme une bonne grosse critique bien satisfaisante des mécanismes (bien ?) huilés des comédies romantiques par la protagoniste que l’on suit : Natalie, désillusionnée de ce genre de films qui distillent des clichés sexistes en voulant faire croire à l' “Amour”. Elle est belle, et elle est sans merci pour toutes les injustices qui habitent ce genre d’images normatives dont sont faites ces films.

Natalie, elle est révoltée, mais elle se laisse un peu marcher dessus. Dans la démarche méta que porte son personnage, c’est clairement l’institution de la romcom qui est visée. Son message : l’amour ça n’est pas ça. Jusque là, tout va bien, ou presque. Si le film commence par donner un grand coup de pied dans les standards de la comédie romantique, quelle sera la conclusion ? Ce qui semble être une affirmation qui se suffit ouvre une intrigue, fondée sur le postulat que Natalie est incapable de tomber amoureuse.

Et quelle intrigue. En se faisant tirer son sac dans le métro, Natalie se retrouve dans un monde parallèle… celui de la comédie romantique, où l’on tombe amoureux d’un claquement de doigts, et tout se passe comme prévu. Son meilleur ami (Adam DeVine) et elle sont immédiatement casés avec des top-models riches. Et là, Natalie se rend compte, quand « tout va bien » pour son meilleur ami, d’après les standards de la romcom, que c’est de lui qu’elle est amoureuse.

Alors ça pourrait être bien (j’y crois à moitié seulement), sans :

  • la représentation simpliste de la femme forte et féministe comme incapable d’amour et sans cœur
  • le nice guy pénible

féministes méchantes

Le schéma est simple : Natalie est désenchantée, elle ne croit pas en l’amour, elle garde en mémoire l’avertissement de sa grand-mère selon lequel « la vie c’est pas comme la télé ». Ce qui est traduit dans le film par son attitude ultra-lucide, qui refuse de croire qu'elle mérite l'amour, et qui ne s'embarrasse pas des applis de rencontre, drague dans les bars et autres actions de socialisation romantiques.

À plusieurs reprises dans le film, on voit Natalie prendre des positions féministes : par exemple quand elle retrouve dans le monde parallèle sa meilleure amie en concurrente impitoyable qui veut lui marcher dessus, elle plaide la sororité contre la rivalité (entretenue par le patriarcat) des femmes. Elle est clairement identifiée comme féministe, et elle l'est de la même manière que dans toutes les autres œuvres de pop culture : elle est féministe, mais elle l'est trop. Ici elle cristallise la remarque que chacune a déjà dû entendre en défendant des positions antipatriarcales : pourquoi n'aime t-elle pas les hommes ? Question inratable dans la comédie romantique. (Notons qu'elle pourrait aimer les femmes, qu'elle pourrait avoir de liens forts avec sa famille, ou autre relation non-romantique forte ; trop peu orthodoxe pour la romcom... hétéronormativité, amatonormativité, injonction à l'épanouissement sexuel, bingo !)

and a nice guy fixed it(*)

(*) et un mec gentil l'a réparé

Maintenant, le nice guy pénible. Un de ses meilleurs amis, qui est secrètement amoureux d'elle, et dont toute l'action dans le monde parallèle aura pour objectif de le faire réaliser à Natalie. D'autres ont certainement déjà énoncé tout ce qu'il y a de problématique à la rhétorique du nice guy : * c'est considérer les femmes comme des distributeurs d'affection ou de sexe qui marchent à la gentillesse, ou à l'amitié en l'occurrence * c'est considérer que l'amitié homme-femme n'existe pas, en vertu des lois de l'attraction hétéronormatives (tout le monde est hétéro et veut baiser avec l'autre camp, non ?) * c'est quand même, en l'occurrence, prétendre qu'on ne veut rien d'autre de la part de l'autre personne, quand en réalité on en attend des tonnes.

Je n'ai pas envie de m'étendre sur le sujet, je crois que mon propos est assez clair. Le film conclut par cette interaction du “moi je suis gentil et j'aimerais bien sortir avec toi, et je ne suis pas un merdeux de romcom”. Alors qu'en réalité, si.


Certes, on ne pouvait pas moins en attendre d'une romcom standard, mais ça méritait d'être dit, je crois.

 
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from mae

Encore une série familiale, britannique cette fois, qui débarque sur Netflix. Cuckoo, c'est une série de Robin French et Kieron Quirke, diffusée pour la première fois en 2012, sur la BBC 3, et des saisons courtes (six épisodes) avec des épisodes courts (vingt minutes), pour que ça passe mieux.

Au programme : de l'altérité, en double ration à chaque fois. L'autre, c'est le coucou.

Le pilote

La première saison promettait beaucoup. Le pilote est enthousiasmant, avec un casting qui promet, puisque Andy Samberg est de la partie, et qu'on a confiance en son potentiel comique.

Le pitch : Rachel, jeune fille de bonne famille britannique, revient de son année passée à voyager pour se trouver et expérimenter des choses (la fameuse gap year) avant d'aller à l'université (du moins c'est ce qu'avaient prévu ses parents). Elle revient donc, ses parents Ken et Lorna, viennent la chercher à l'aéroport pour la ramener dans sa ville, Lichfield, quand iels découvrent qu'elle n'est pas rentrée seule, mais avec un homme, et pas n'importe lequel : le plus agaçant et ridicule hippie qu'on puisse croiser pendant une gap year à tendance existentialo-spirituelle, brillamment incarné par Andy Samberg. Il s'appelle Coucou (d'où Cuckoo), et cerise sur le gâteau, elle y est mariée. On peut voir les mines des parents s'allonger quand ils l'apprennent. Mais ce n'est que la moitié du pire : l'idée maintenant, c'est que le jeune couple va vivre sous leur toit et quasiment à leur crochet, pour une durée indéterminée. C'est là, que le drame commence.

On comprend bien que c'est sur le décalage entre le mode de vie bourgeois des parents et les idées hippies des jeunes que repose l'effet comique. Mais je crois que ce décalage est le point de départ d'un rapport à l'autre bien particulier, et problématique à certains moments de la série.

Qui c'est cellui-là ?

Coucou, il a vu le monde, voyagé, vécu, et appris plein de choses à peu près partout. C'est ce qui le rend si intéressant aux yeux de Rachel, et si insupportable aux yeux de ses parents. Il est bienveillant, il veut que chacun soit heureux pour que puisse advenir la paix dans le monde. C'est par lui que les termes de la question de l'altérité sont posés en premier. Ces termes sont d'ailleurs peut-être ceux qui modèlent les rapports aux autres dans l'ensemble de la série.

Qui sont les autres “autres” ? Iels sont plusieurs à faire saillir l'altérité comme un problème, ou dans une dimension bien spécifique, à savoir celle de la menace (la plus récurrente, je crois).

  • Coucou, le déclencheur de la première saison
  • Dale, qui prend sa place dès la seconde saison, réplique de Coucou (mais pas en tous points)
  • Steve, le voisin et “meilleur ami” de Ken
  • Jane, la collègue de Ken
  • Yusra Duncan (la candidate au Parlement)
  • Ivy Mittelfart, qui déclenche la dernière saison

Pour chaque figure, c'est une relation particulière et ambiguë qui se met en place avec l'autre : pour Coucou, ça ressemble à un mélange fin entre une figure alternative qui délégitime l'autorité du père de famille et une déception des attentes que les parents avaient de leur fille. Après tout, elle devient aussi un peu hippie.

Il faut noter que les gens “normaux”, ici, sont des bourgeois-respectables de la classe moyenne-supérieure (vu que les parents sont respectivement avocat et agente immobilier). C'est souvent à partir de ce point de vue que se placent les séries familiales “bien-pensantes”, qui mettent en scène des familles respectables, aimantes et modernes (voir Sept à la maison, Fais pas ci, fais pas ça, Modern Family, Grace and Frankie, Desperate Houseviwes...).

Hormis les coucous (comprendre les personnages qui prennent la place de Coucou après la première saison), c'est peut-être Steve, le voisin, qui performe le plus l'altérité drôle/insupportable dans la série : il affirme sans cesse que Ken est son meilleur ami, alors que Ken ne le dit jamais lui-même, et pense tout le contraire, et sa vie a l'air tout à l'opposé de celle des Thompson. (attention spoilers) Sa femme le trompe, le quitte, ne l'aime plus vraiment et le déteste même, il accumule les jobs précaires, il est petit et moche alors que Ken est grand et beau. Et puis il est bizarre, creepy, donc personne ne l'aime vraiment.

Leurs couples sont en quelque sorte montrés en miroir (puisqu'ils sont voisins) : l'un qui s'effondre, l'autre qui tient. Un normal, un bizarre, si on caricature.

Degrés d'autres

Plus j'y repense, plus je trouve que celleux qui restent dans la série sont celleux que l'on accepte, parce qu'iels sont des autres plus ou moins acceptables. J'ai donc établi une petite typologie des autres dans Cuckoo :

  • le contre-modèle : Steve Il est vu comme inférieur, déchu peut-être, c'est un semblable qui pourrait être identique — c'est un voisin dans un ensemble pavillonnaire — mais il n'a pas “réussi” (quoi que ça veuille dire).

  • le rival/le danger : Coucou

Il pourrait aussi être un semblable ; d'ailleurs, l'inverse de Coucou, c'est Ben, le collègue plus jeune de Ken, qui rêve d'avoir une vie rangée. Coucou est le gendre, il est aussi blanc, étasunien, assez aisé pour passer sa vie à voyager, il est plus jeune, et arrive comme un rival familial : c'est la figure sans cesse reprise du gendre (ou de la bru : rappelez vous/regardez la terrible histoire de rivalité féminine dans Sa Mère ou moi, la tête dans les tripes) qui en plus vient s'installer dans son foyer. Son nom indique déjà le rapport que la famille établira avec lui. C'est un rival dans la mesure où il menace les privilèges du chef de famille qu'incarne Ken. Coucou le grand hippie altermondialiste est un gourou potentiel (ou pas tant que ça, cf. l'épisode avec Connie).

  • l'autre adopté : Dale

Déclinaison de Coucou, Dale est son fils inconnu, et c'est la filiation qui désamorce la menace qu'il pourrait représenter : il n'est pas gourou, mais brebis de gourou, il est considéré comme le petit-fils (step grandson) de Ken (qu'il se met à appeler chief Ken, absence éloquente de menace), et est tout de suite intégré à la famille. Complètement débonnaire et ingénu, son personnage est fondé sur l'adaptation à un nouvel environnement après la sortie d'une secte. Sa différence est inoffensive.

  • la “vraie” famille : Ivy Mittelfart Elle arrive à la dernière saison, et vient bouleverser le rapport aux coucous : Ivy, la sœur découverte de Ken, marque le moment dans la série où ce ne sont plus nous qui nous occupons des autres (pour les chasser, les adopter, les déshabituer de la vie en secte...), mais les autres qui s'occupent de nous. Elle fait changer Ken de direction et d'attitude, grâce à la carte famille : elle est différente, c'est une femme, de la classe sociale du dessus (dont elle tombe). Elle est donc plus facilement intégrable que Coucou, parce que les liens du sang jouent en sa faveur. Le rapport inversé à l'autre est aussi sensible au début de la cinquième saison, quand elle redirige sur les Thomson les préjugés et le mépris qu'ils adressaient parfois (à couvert) aux autres.

  • le cristal de rivalité/menace : Jane

J'en viens maintenant à tout ce qui a déclenché ma réflexion sur la série : le traitement de Jane, la collègue de Ken, qui est une des associés du cabinet d'avocats auquel Ken est aussi associé. Au début, elle est traitée un peu indifféremment, elle n'apparaît pas beaucoup, mais le sentiment de menace de Ken est visible. Elle pousse Ken à prendre un congé parental, pour montrer qu'il est vraiment progressiste, après qu'il ait obtenu la place qu'elle convoitait à la tête du cabinet en tenant un discours en tout point identique à ceux qui se tiennent dans plein d'entreprises pour refuser aux femmes, aux racisé-es, aux autres, les postes à responsabilités (saison 2, épisode 5). Jane est dépeinte comme la rivale qui vole tout ce qui est dû à Ken (d'après Ken). On ne parle jamais de la façon dont, dans une petite ville anglaise, elle a du se faire sa place dans une entreprise dominée par les vieux mecs blancs qui se préfèrent les uns les autres à tous les autres réellement différents d'eux. Le discours sur les privilèges n'apparaît jamais, parce que Ken s'accroche à ses privilèges et les fait marcher pour faire sortir les autres de sa route. C'est encore plus sensible pour la prochaine et dernière autre dont on parlera :

  • le dernier virage avant le pouvoir : Yusra Duncan Yusra est l'autre femme racisée que Ken sort du tableau quasiment sans effort. Candidate au mandat de députée, Yusra est la concurrente de Ken, qui s'est aussi lancé dans la course, sur un conseil plus ou moins avisé. À la fin de la cinquième saison, Ken gagne sans effort après avoir laissé s'échapper une sextape de Yusra. Le décalage est saisissant, entre Yusra qui s'est préparée et a longuement travaillé pour ce mandat, et délivre un discours, et Ken, qui le fait parce qu'il le peut, et peut-être pas parce qu'il le veut vraiment.

Finalement, le point de vue de la cellule familiale passe toujours par celui de Ken, et les autres sont donc les femmes, les racisé-es, les étasuniens, sachant que les derniers sont souvent les moins marqués par la différence, et moins sanctionnés pour elle. À chaque moment important pour la vie de Ken, qui se dit progressiste, il refuse de céder ses privilèges pour donner la place aux autres, qui ne les ont pas. À mon sens, Cuckoo construit à travers ce point de vue un “nous” plus global (dans lequel les spectateurs se reconnaissent, ou non) qui montre celleux qu'il exclut et qu'il accepte d'intégrer, et fait la démonstration de ce que signifie la colorblindness : une exclusion de toujours les mêmes, pour les mêmes raisons.

 
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from Adriano Maini

Da Saluzzo a Fontane

Tra le carte di famiglia ho di recente trovato una fotografia di un gruppo di persone davanti al Monumento ai Caduti della Grande Guerra di Cuneo, là in trasferta nel 1931 da Alassio, fotografia inviata da un partecipante con tutta probabilità a mio nonno materno.

Cuneo, per noi della Riviera dei Fiori, si può dire molto vicina, sì da sembrare banale diffondersi su memorie personali.

Rinvengo anche una cartolina, da me spedita all’epoca a qualche mio caro, dunque risalente a metà anni ’70, della vicina Boves. Da Wikipedia: “La città di Boves è tra le istituzioni decorate al valor militare per la guerra di Liberazione insignita il 22 luglio 1963 della medaglia d’oro al valor militare e il 16 gennaio 1961 della medaglia d’oro al merito civile per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale“.

Anche da Boves, non solo da Limone Piemonte, rigorosamente di settembre – prima non avrei potuto fare ferie (ed allora le potevo ancora usufruire non spezzate!) –, sono partito per girovagare per valli, borghi e case isolate, non escluse rapide puntate da amici a Torino. E mi sovviene un certo viaggio in autostop, compiuto ai primi di agosto del 1968, iniziato proprio attraverso località di cui qui sto dicendo!

Uno dei miei primi sconfinamenti nel Cuneese avvenne con una gita scolastica ai tempi delle medie inferiori, quindi, nei primi anni 1960, quando si arrivò sino a Saluzzo per ricalcare qualche orma di Silvio Pellico.

Non vale, certo, il concetto di prossimità per tutte le località della Provincia Granda.

Non ho mai viaggiato molto, per lungo tempo perché bloccato dagli impegni professionali. Oggi mi muovo poco, soprattutto perché miro a soddisfare la mia congenita pigrizia.

Rivedere e ripensare anche ad un passato non lontano geograficamente, come quello rappresentato da località della provincia di Cuneo, mi aiuta a misurare non solo spezzoni di vita, ma anche tanti aspetti di vita sociale e del costume.

Sono tanti ormai, ad esempio, abitanti di quelle zone ad avere casa, in genere seconda casa, su questo lembo occidentale di Liguria. Io stesso sono stato in affitto da persona di Boves, con la quale si finì per diventare amici. E fu emozionante ritrovarsi senza preavviso ad almeno una manifestazione di Partigiani.

Per associazione di idee di Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), per via di una ricorrenza, effettuata il 21 ottobre 2013, della guerra partigiana di Liberazione, il cui rilievo morale, civile, storico ritengo fuori discussione, ho un ricordo molto intenso, non solo per il valore morale e storico dell’avvenimento, ma anche per il ritrovarmi tra tante care persone. Un appuntamento preparato con cura e dedizione dall’amico Dantilio Bruno, tuttora Presidente della Sezione A.N.P.I. di Ventimiglia (IM), nato in quei pressi, come racconta in alcuni suoi libri (ed almeno la prefazione di uno di questi l'ho pubblicata anch'io).

Anche quelle volte di Cosio d’Arroscia, ancora in provincia di Imperia, ma in prossimità della parte centro-meridionale della Granda e, quindi, di Frabosa Soprana, volte connotate da quei miei qui preannunciati brevi soggiorni, comportarono, più per le visite che spesso ci venivano fatte che per altro, rapide escursioni ad Ormea, Garessio. Mondovì…

Per non dire della linea ferroviaria Ventimiglia-Cuneo, ripristinata nel 1979, di cui alcuni dei ponti distrutti dai nazisti alla fine della guerra vidi già da bambino.

Forse avrei ancora tanti singoli aspetti, legati in qualche modo a quella provincia, da illustrare prima o poi...

 
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from Storia minuta

Purtevu ben, bela frema!

Antò e Terè sono due vicini che tutti i giorni litigano. Terè con tanto di testimoni porta in tribunale Antò perché le ha dato della “soma” che in mentonasco ma anche in ventemigliusu [dialetto di Ventimiglia (IM)] vuol dire somara ma soprattutto poco di buono. All’udienza parlano Antò, Terè, i testimoni e anche due buoni avvocati e fatto sta che il giudice condanna Antò ad una ammenda di quaranta soldi. Allora Antò ingoia amaro ma poi ha un colpo di genio e chiede spiegazioni – signor giudice io sono stato condannato perché ho dato della soma a una signora – e aggiunge – non mi condannereste mica se chiamassi signora una soma. Il giudice naturalmente conferma. Allora Antò si gira verso tanta Terè e rispettosamente, come se salutasse il Santissimo, le grida – Stia bene bella signora. (Alura, Antò Pessügh’ se revira verse tanta Terè a Tignuara, e respetuse, cuma se salütessa u Santissimu, y cria: – Purtevu ben, bela frema!).

Così, soddisfatto di aver dato della signora ad una somara, si avvia verso casa.

Questa storia scritta da Marcel Firpo, che ho tradotto all’ingrosso dal dialetto mentonasco, me la raccontava assieme ad altre storie mia nonna che l'aveva letta sulla mitica Barma Grande, il periodico dialettale degli anni Trenta che – adesso ho scoperto – era anche uno strumento di propaganda dell'irredentismo Ligure di ponente. Che il fascismo abbia finanziato le pubblicazioni in dialetto mentonasco oggi è una cosa abbastanza certa

Questo Marcel Firpo, che naturalmente in Francia chiamavano Firpò, era molto conosciuto dai due lati della frontiera. Del resto, la famiglia Firpo era originaria di Arenzano. Ma l’attività culturale, l’amore per le tradizioni, per la lingua e per la letteratura mentonasche di Marcello Firpo, si potevano anche considerare da parte francese, e forse lo erano, connivenza col nemico, collaborazionismo, lotta per l’autonomia e propaganda fascista. Per questo finita la guerra fu condannato dai francesi a 7 anni di reclusione, alla degradazione nazionale e alla confisca dei beni oltre alla sanzione di 400.000 vecchi franchi.

Dopo la liberazione in Francia fu istituito infatti il reato retroattivo di indegnità nazionale che comportava divieto di residenza, perdita dei diritti civili, confisca dei beni; pene molto dure a cui si pose rimedio con un’amnistia nel 1951. Un giorno mentre stavo raccogliendo informazioni e materiale per scrivere questa storia vado a Mentone ed entro in uno sgabuzzino che conosco, situato all’inizio della via Lunga dalla porta di Sant’Antonio, dove anziane volontarie, due volte alla settimana, vendono pubblicazioni vecchie e nuove su Mentone e dintorni.

Mi rifornisco e comincio a leggere.

In un libretto pubblicato pochi anni fa dalla società d’arte e storia del Mentonese, l'affare Firpo viene così presentato: “alla liberazione i mentonaschi rimproverarono a Firpo di aver fraternizzato con l’occupante italiano e nel 1945 deve lasciare Mentone (…) La Francia lo perdonerà solo dopo sette anni di esilio.”

di Arturo Viale di Ventimiglia (IM)

 
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from Storia minuta

Prima che le pagine ingialliscano

E’ una medaglia simbolica quella che, scrivendo questo romanzo, ho voluto assegnare a “Vincé u Badin”, raccontando alcuni episodi della sua straordinaria vita.

Una storia, spesso buia e travagliata, che, pur avendo come fondo la guerra del 1915-18, non può essere considerata soltanto una storia di guerra. La guerra, quella più atroce, infatti, è sullo sfondo, mentre il racconto è piuttosto lontano dalle trincee e più vicino alla gente comune.

Prima di tutto debbo dire che Badin classe 1897 non era un eroe. Il primo a non essersi mai sentito tale è stato proprio lui. Molti fra coloro che mai avevano conosciuto la sua impresa, compiuta suo malgrado durante la Grande Guerra, lo hanno sempre considerato niente di più di un simpatico “ruba galline”, cui era facile addebitare qualsiasi malefatta fosse successa in paese. Non avendo lui stesso quasi mai parlato con nessuno della sua impresa, pochi sono stati quelli che ne sono venuti a conoscenza. Peccato, perché lui, forse più di tanti altri, una medaglia al valore l’avrebbe comunque meritata.

Badin era uno di quei tanti immigrati veneti, che dopo la fine della seconda guerra mondiale era approdato a Coldirodi [Frazione di Sanremo (IM)], come migliaia di altri, in prevalenza abruzzesi, ma anche tanti calabresi, piemontesi, siciliani ed appunto veneti, attirati dal lavoro nell’edilizia o nella floricoltura, attività che erano andate sempre più sviluppandosi in quegli anni. Come molti era approdato in Liguria portandosi dietro, stipate nel cervello, nostalgie di amori vissuti, di amori sognati, di amori finiti.

Avvicinandosi l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, mi sono tornati alla mente tanti suoi racconti e più volte mi sono domandato se questi fossero attendibili. Se, insomma, “U Badin” fosse stato davvero il protagonista di una impresa per quei tempi assolutamente memorabile, oppure se fosse soltanto frutto della sua vivace fantasia.

Nessuno, forse, oggi si ricorda ancora di lui.

Recentemente, sfogliando una rivista stampata per ricordare gli abitanti di Coldirodi distintisi nel secolo scorso, mi sono imbattuto nel suo nome.

Ecco cosa ho trovato scritto: “… le Bigin, le Catì,… i Bacì e gli Antò,… persone semplici, simboli di un mondo che non c’è più ma che hanno vissuto la storia del nostro paese, attraverso miseria, guerra e fame, con dignità, generosità ed onestà. Da persone vere!……..

“Vincè u Badin “ era una di quelle: allampanato, solitario, taciturno, trascorreva i suoi giorni con frequenti trasferte in Francia, attraverso i boschi della frontiera, contrabbandando accendini, sigarette, cioccolata e talvolta anche tabacco. L’esiguità dei guadagni lo costringeva a dover arrotondare gli incassi “onesti”, svuotando qualche volta qualche pollaio. La consuetudine era tale, per cui ogni volta che un contadino avvertiva la mancanza anche di un solo bipede, la conclusione più comoda era sempre una sola: “E’ stato Badin!” Una volta però i derubati dovettero ricredersi . Badin era incolpevole in quanto aveva un alibi di ferro. Proprio in quei giorni, infatti, U Badin era ospitato nella prigione Santa Tecla di Sanremo.”

Nient’altro. Nessun accenno al suo passato militare. Neanche una parola.

Con il mio romanzo ho inteso raccontarne le vicissitudini, quasi a volerlo risarcire per tutte le amarezze, tutti i torti e tutte le ingiustizie subite, a mia volta affascinato dalla sua storia d’amore che altrimenti, come milioni di altre, sarebbe finita nell’oblio.

In cosa è consistita la sua impresa?

Badin, fra i quattro milioni di soldati italiani che si sono avvicendati al fronte durante la Grande Guerra, è stato quasi certamente uno dei primi cinque paracadutisti ad essere impiegato a livello pionieristico oltre le linee nemiche, senza peraltro che questo possa essere provato. Ma neppure smentito. Il suo nome, almeno nei documenti ufficiali, non compare mai. Come non fosse mai esistito: scomparso. Come mai, mi sono chiesto più volte? Le azioni militari in cui furono impiegati i primi incursori muniti di paracadute, risultano siano state cinque in tutto. Mentre i nomi dei protagonisti ufficialmente riconosciuti sono soltanto quattro. Qual è il nome del quinto? Per quale motivo il suo nome non compare mai ?.

Sono personalmente convinto che sia stato proprio Badin il soldato protagonista del mio libro. Coincidono troppe cose. Troppe verità non sono mai potute venire alla luce. Ma d’altronde come avrebbe Badin potuto conoscere certi particolari senza avervi partecipato?

Badin scanzonato e poco incline ad autocelebrarsi soleva dire . “ …ma ci pensate ragazzi…Se invece di atterrare dolcemente ci avessi lasciato le palle, sarei diventato famoso come Francesco Baracca o Enrico Toti….

Questo è il Vincenzo “ U Badin” che ho voluto raccontare in questo libro.

La sua prima giovinezza, l’impresa militare, i suoi contrastati amori: il tutto senza alcuna retorica. La storia, insomma, di un piccolo soldato nella Grande Guerra.

di Dantilio Bruno di Sanremo (IM), “Prima che le pagine ingialliscano”

 
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Fragola Doria e Spartaco

… riporto una storia di Resistenza partigiana raccontata nel libro “Con la resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone.

È la storia di un giovane napoletano, Armando Izzo, nato ad Afragola (Na) il 12 giugno 1916. Fece studi classici per poi laurearsi in Giurisprudenza in un clima di esaltazione acritica del regime fin quando fu chiamato alle armi il 6 giugno 1941 e ben presto iniziò a rendersi conto delle chiacchiere di Mussolini “Chiedemmo che significava 1891 e ci spiegarono che era il suo anno di nascita. Incredibile! Eravamo scesi in guerra con un fucile vecchio di cinquant’anni mentre tutti gli altri eserciti già avevano moderni fucili a raffica o a ripetizione”. Capì che la disciplina, il linguaggio e il comportamento degli ufficiali e sottoufficiali si ispiravano al più bieco autoritarismo : “Allora capimmo che c’era un filo ideale che congiungeva il fascismo con l’insegnamento militare: non pensare, eseguire solo gli ordini e fu la rivolta delle coscienze!…. Il fascismo si preoccupò che questa massa di giovani diplomati e laureati lasciata a casa potesse prendere coscienza della situazione del paese per la politica del regime non condividendola. Per cui preferì ingabbiarli nei predetti battaglioni”. I giovani arruolati furono presto impegnati al fronte.

Izzo nel luglio 1941 divenne Caporale, dopo due mesi Sergente e poi entrò nella scuola degli Allievi Ufficiali di Salerno ove studiò con impegno la Topografia che gli servì in seguito come Comandante partigiano. Partecipò alla II Guerra mondiale nella zona di Mentone. Rischiò di essere mandato davanti a un plotone d’esecuzione perché il suo comportamento nei confronti dei soldati era considerato troppo aperto. A Gorbio ricevette l’incarico di Difensore d’ufficio presso il Tribunale militare di guerra della IV Armata che operava a Breil. Sebbene non avesse esperienza, s’impegnò a difendere i suoi assistiti e si rese conto che quei processi erano perlopiù farse per condannare a morte soldati italiani che rivendicavano la loro dignità di uomini e si ribellavano all’ottuso militarismo di tanti Ufficiali e Sottufficiali “Purtroppo capii che i soldati non avevano molti diritti da far valere. Il termine “insubordinazione” trovava largo spazio e commento nel codice penale militare Era un macigno che pesava sempre sullo stomaco dell’inferiore e che il superiore era sempre pronto a infierire sull’inferiore” . Quei soldati non erano affatto delinquenti o nemici della Patria, ma solo dei poveri cristi che per qualche banale errore erano caduti ingenuamente nelle grinfie di qualche superiore invasato, alla ricerca di qualcuno sul quale sfogare proprie frustrazioni; inoltre bastava poco per fare parte dei soggetti ritenuti pericolosi.

Quando fu annunciato l’Armistizio l’8 settembre 1943 il Sottotenente Izzo decise che doveva combattere contro i nazifascisti per liberare l’Italia , e tramite due esponenti della Resistenza francese, partì per l’Italia per raggiungere Cima Marta a 2200 mt di altitudine. Poi con un compaesano e altri ufficiali raggiunse Triora [(IM)] e si unì ai partigiani con il nome “Fragola ( da Afragola) Doria”. Divenne Comandante partigiano della V brigata d’Assalto Luigi Nuvoloni della I Zona Liguria, partecipò a numerose azioni contro i nazifascisti che operarono rastrellamenti, eccidi e devastazioni nell’entroterra ligure cui si opposero interi paesi grazie a donne di ogni età, agli uomini rimasti e a tanti giovani. Partecipò all’occupazione di Pigna a fine agosto 1944 e alla sua difesa nell’ottobre successivo. A dicembre prese il comando della V Brigata che tenne fino alla Liberazione, sostituendo il famoso Vittò, che passò a dirigere la II Divisione “Felice Cascione”. Armando Izzo ottenne la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 1° maggio 1996 il Comune di Castelvittorio gli ha conferito la cittadinanza onoraria e la sua città natale, Afragola, con solenne cerimonia, il 26 giungo delle stesso anno gli ha consegnato la Medaglia d’Oro al merito della Resistenza.

Il libro con la Resistenza nel cuore” riporta pagine del memoriale di Fragola Doria che ricordano alcune delle pagine più tristi della storia dell’entroterra ligure, come l’eccidio di Gordale, e “Spartaco”, un diciottenne di Isolabona, che come altri giovanissimi aveva combattuto per la Liberazione dai nazifascisti.

“I Tedeschi paventavano uno sbarco alleato in Provenza, nella Francia meridionale, con ripercussioni lungo tutta la riviera fino a noi e quindi la decisione di sbaragliare per sentirsi sicuri nelle zone interessate. Essi intensificarono la difesa costiera. Tre forti colonne tedesche investirono la nostra zona: una, risalendo la Valle Argentina dopo avere distrutto Badalucco, salì fino a distruggere Molini di Triora. Altra colonna risalì la Valle Nervia, danneggiò Castelvittorio e per il passo di Carmo Langan scese per Molini e si congiunse con la prima colonna.

Una terza colonna (tedesca) scende dalla sinistra della valle per Corte e Andagna e da Molini sale a Triora. Tutto è distrutto. I Tedeschi battono il territorio del retroterra di Triora; nulla si salva. I vecchi castagni vengono battuti con il calcio del fucile, temendo che qualche partigiano potesse essere nascosto lì dentro. Ci furono due avvenimenti incredibili, di cui uno rasenta la pazzia. Stavamo sotto una roccia in quattro con Spartaco e altri due Garibaldini. Eravamo nella zona di Loreto; avanti a noi un sentiero sul quale passavano i Tedeschi alla nostra ricerca. Ci rendevamo conto della nostra situazione disperata. Spartaco mi dice: “Non voglio cadere vivo in mano ai tedeschi, non so gli altri due cosa pensano, tu sei un ufficiale, uccidimi con un colpo di pistola!” Era crollato! Gli dissi che se i Tedeschi ci scovavano, dovevamo cercarne di ucciderne ancora qualcuno prima che ci uccidessero. Gli altri due assentirono. Poi il diluvio. I Tedeschi si ritirarono di fronte all’infuriare della tempesta. Uscimmo dal nascondiglio con l’acqua a ruscelli che scendeva per i sentieri e la mulattiera.Il torrente Argentina era gonfio. Trascorse un minuto ed era come se fossimo in un mare in tempesta. Riparai in un casolare a Cetta. C’era una donna anziana, sola con una ragazza. Ci disse che stava sola e che la nipote aveva famiglia in Francia, con la quale non aveva più potuto comunicare. Appena qualche minuto e poi delle grida: “Arrivano i Tedeschi”. Afferro la giacca ed esco di corsa, ma non ritorno più in quel casolare. La storia è raccontata in “Storia della Resistenza di Imperia”. Spartaco fu bruciato vivo dai Tedeschi sopra Isolabona.” (da “Con la Resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone).

di Maria Cuccaro, skipblog.it

 
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from Adriano Maini

Piazza d'Armi

Oggi Piazza d’Armi di Camporosso (IM), Camporosso Mare per la precisione, risulta occupata, a farla breve, da strade, case e da un bel giardino pubblico. Il nome con cui é stata lungamente conosciuta l’area in questione riporta agli anni prima dell’ultima guerra ed alla finitima Vallecrosia, proprio lì affacciata come confine occidentale, Vallecrosia dove erano collocate molte caserme: ma questo é un lato della questione che porterebbe lontano, comunque, alla necessità di approfondimenti. Per circa vent’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, quello spiazzo é stato occupato da quello che a lungo (quello di Bordighera sul Capo credo non fosse a caso destinato ai tornei giovanili) fu l’unico campo di calcio regolamentare della zona di confine. Non sono poi in tanti, tra le persone che frequento, a ricordarsi di tutto questo: eppure qualche fotografia gira ancora, soprattutto su Facebook. Tra il detto ed il vissuto – da bambino e da adolescente abitavo abbastanza vicino – emergono tanti ricordi di fatti curiosi, dai quali vado ad estrapolare un episodio che mi é stato raccontato da poco. Alla svolta anni ’60 guardava – in tribuna, mi viene da supporre – una partita in casa della Ventimigliese un signore ormai anziano, alto, robusto e dalla voce tonante, che ben avevo conosciuto per amicizie di famiglia. Gli si avvicinò un autista in livrea che gli disse che il suo titolare, assiso in autovettura, avrebbe desiderato parlargli: al che l’omone rispose che prima avrebbe guardato finire la gara. Fu grande il suo stupore di ritrovare infine ad attenderlo pazientemente l’ufficiale, al quale aveva salvato la vita durante la Grande Guerra, ancor di più nel riscontrare che era ormai un famoso magnate italiano dell’industria. La vicenda proseguì con aspetti qui ininfluenti, credo.

Non ho chiesto al mio interlocutore, genero di quella persona, come fosse stato possibile quell’avvistamento a distanza, ma me lo sono immaginato, come in parte ho ricostruito nella mia stesura, alla quale devo aggiungere il particolare di un muro basso, solo sormontato da un’alta rete per trattenere le pallonate.

E fuori dal football ne ha viste tante altre cose la vecchia Piazza d’Armi, luogo destinato ai circhi – ce n’erano ancora tanti in quegli anni e non arrivavano solo d’estate – e, sotto Natale, ai Luna Park. Tanto é vero che chi come me di tanto in tanto andava in settimana a scorazzare su quel brullo terreno, spesso lasciato incustodito dalla società, ne vedeva le pessime conseguenze. Insomma, da quelle parti tirava aria di pionierismo di ritorno, anche perché la Ventimigliese anteguerra aveva un bel campo negli attuali Giardini Pubblici della città di confine …

 
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from Kodiak

Sunder

Look up Shift positions Reach out toward the door Grasp the lever, and pull Push the door open Step down, out of the car Move onto the sidewalk And take a step

Soft light falls down around you And you don’t pause to look around You move ahead, unobstructed, thinking of the day ahead

The ground firm beneath your feet, and your footfalls steady You carry yourself forward, until one foot steps down into a soft pool of light

Look down Turn your hands over Like dry ice, soundless, fine dust glows alabaster white Moving with, around, of your dissonant state of disposition Hesitate, breathe, and descry

This glissade, tryptographic light flowing all around you, of you You begin to wonder, unconsciously to wander The near future fades into the distance

A small cafe has the right color You see from the road inside has the right emotion As you step inside, the mood of each person comes clear The space is accessible, and you settle into a seat Set down a pair of glasses, and say, ‘Hello’.

Just a push, a touch Incorporeal

 
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